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COSI VIVEVANO I FIGLI DEL DIAVOLO NELLA ROMANIA DI CEAUSESCU

La scrittrice racconta la tragica politica demografica del dittatore: aborti clandestini, mortalità, orfani…

«Per parlare dei “figli del diavolo” – dice Liliana Lazar – bisogna nominare prima il diavolo: Ceausescu». I Figli del diavolo, che danno il titolo al suo romanzo (66thand2nd, pagg. 236, euro 16) sono «tutti i bambini non desiderati, nati in seguito alla politica demografica di Ceausescu, e che sono stati abbandonati in orfanotrofi ospizio».

Gli altri, i «figli di Dio», avevano più chance di sopravvivere: «Per loro c’era la speranza di essere un bambino desiderato, un figlio voluto». Non un prodotto dell’«obbligo a procreare» imposto dal dittatore romeno, che proibiva l’aborto per le donne sotto i 45 anni che non avessero almeno quattro figli (numero poi aumentato a cinque). È questa realtà che Liliana Lazar, nata in Moldavia nel 1972 e poi emigrata in Francia nel 1996 («Mi sento a casa in Francia. Ma mi considero entrambe, una francese e una romena, allo stesso tempo») racconta nel suo romanzo.

Liliana Lazar, che cosa fu la politica demografica di Ceausescu?

«Non è l’unica volta nella storia in cui un Paese ha deciso di mettere in piedi una politica di natalità con l’obiettivo di controllare la democrazia. Il carattere eccezionale della politica demografica di Ceausescu risiede nelle sue conseguenze drammatiche sul piano umano. Pubblicando il Decreto 770 ottobre 1966, il regime intendeva legiferare sull’interruzione di gravidanza e obbligare a fare figli in nome della legge. Questa intrusione nell’intimità della popolazione, e soprattutto in quella delle donne, ha segnato l’inizio di una politica repressiva in cui la legislazione restrittiva del controllo delle nascite e degli aborti andava ad aggravare le condizioni delle donne, che non beneficiavano di alcun mezzo di contraccezione moderna».

I risultati?

«Molto gravi: un tasso di abbandono di bambini sempre crescente, il moltiplicarsi degli aborti clandestini, che ha avuto come conseguenza un tasso elevato di decessi di madri, e un tasso di mortalità infantile senza equivalenti tra i Paesi d’Europa».

Le donne che non confessavano chi le avesse aiutate ad abortire venivano lasciate morire… Come mai ha deciso di raccontare una realtà così brutale?

«Ho scoperto l’ampiezza di questa realtà tardi, molto dopo la rivoluzione dell’89. Molti romeni la ignorano ancora oggi. Sono stata sconvolta da quello che molte donne hanno dovuto sopportare e dal numero di orfani che queste madri hanno lasciato dietro di loro. La mia rivolta è stata ancora più forte quando ho appreso a che punto il regime si appoggiasse sul sistema sanitario per controllare la popolazione, obbligando coloro che avrebbero dovuto curare e proteggere a diventare boia e inquisitori».

Gli orfanotrofi sono un mondo da incubo. Per le sue descrizioni, così crude, su che cosa si è basata?

«Molti romeni sono stati scioccati scoprendo alla tv le immagini degli orfanotrofi ospizio. Si sono vergognati di avere ignorato una realtà così vicina… Mi sono molto documentata sulle condizioni di vita negli orfanotrofi prima di descrivere la “casa d’infanzia” nel mio romanzo: documenti d’archivio, documentari fotografici, testimonianze di operatori umanitari o di ex residenti».

Come mai ha deciso di affrontare un tema così poco noto e così sconvolgente?

«Non mi ero detta che avrei scritto un romanzo sull’abbandono dei bambini nella Romania comunista. Ho cominciato a fare ricerche sul periodo perché volevo conoscere l’infanzia di Laura, che all’origine doveva essere il personaggio di un’altra storia; ma, scoprendo l’ampiezza e la gravità di questa realtà, non ho più potuto evitare l’argomento».

Pensa che il divieto di aborto fosse una delle forme di violenza più dure nel regime romeno?

«Credo che questa politica rappresenti una delle forme di violenza più insostenibili, perché colpisce la libertà stessa della vita».

Però molti, incredibilmente, appoggiavano il regime.

«Coloro che sostenevano il regime non lo facevano sempre per convinzione ma, spesso, per difendere interessi personali».

Lo Stato considerava i bambini sua proprietà?

«Sì. Lo Stato romeno comunista considerava i bambini come sua proprietà. Ceausescu si era autoproclamato “padre della nazione” e i bambini erano i “figli della patria”. D’altronde, a lungo i romeni hanno chiamato i bambini degli istituti “figli dello Stato”».

Pur nella miseria, emergono disuguaglianze forti: il sindaco, l’ostetrica e suo figlio sono dei privilegiati, chiunque detenga un minimo di potere lo è. Era così nel suo Paese?

«Sì, sotto il regime comunista chiunque avesse un po’ di potere era un privilegiato. I privilegi di cui godono i miei personaggi sono assai modesti, perché si verificano in un piccolo villaggio. Per quanto riguarda la miseria, che chiamerei piuttosto povertà, era reale; la preoccupazione principale della popolazione era trovare alimenti, molti dei quali erano razionati, o inesistenti, o disponibili solamente sul mercato nero. Derrate di prima necessità mancavano in maniera crudele: prodotti alimentari di base, prodotti igienici, medicine».

Nel romanzo c’è anche il boom di adozioni dopo il 1989. Il suo è in parte un atto d’accusa verso l’Occidente che aiutava, ma «selezionava» i bambini come se li stesse comprando?

«Uno scrittore non accusa, ma racconta fatti che servono alla sua trama. È anche vero che l’adozione internazionale è stata interrotta in Romania in seguito ad abusi come quelli che racconto nel mio romanzo. Mi dispiace, perché molti bambini sono stati salvati attraverso le adozioni. Ammiro tutti quegli stranieri che hanno testimoniato affetto per dei piccoli che i loro stessi genitori avevano abbandonato. L’accusa, se ce n’è una, è contro quel regime che ha spinto la disumanizzazione a tal punto che alcuni si sono arricchiti sul desiderio di altri di avere figli. Non si compravano i bambini, ma coloro che li avevano in affidamento».

La tragedia delle microtrasfusioni e della diffusione dell’Hiv è veramente accaduta?

«Sfortunatamente non è fiction: le microtrasfusioni sono state un vettore di trasmissione dell’Hiv tra i bambini negli istituti di Stato». Che esperienza è stata scrivere un romanzo così forte e sconvolgente? «Mentirei dicendo che sono uscita indenne da una tale esperienza di scrittura. In quanto donna e madre mi sono domandata che cosa si potesse provare abbandonando un figlio. E ho dovuto posare il mio sguardo sulla infelicità di tutti coloro che si trovavano in questi istituti gestiti dallo Stato comunista. Ho provato amore, paura, odio, collera; ho sperato, sono rimasta delusa. Mi sono sentita sollevata quando ho finito il romanzo, e anche fiera di averlo scritto».

TRATTO DA IL GIORNALE DI ELEONORA BARBIERI

 

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